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Il figlio scomparso

di carloculatelli (12/09/2004 - 23:46)

Un giorno qualunque, le tre del pomeriggio. Un uomo e una donna si presentarono nell'ufficio dell'investigatore Carlo Culatelli. Carlo Culatelli, nerovestito, li accolse con un ghigno. Li fece accomodare. Disse loro: "Ditemi".
L'uomo parlava solo tedesco. La donna parlava solo francese. Carlo Culatelli, come noto, parla solo bolognese.
Per comodità dei lettori, nonché dei personaggi, tutti i dialoghi saranno tradotti in italiano.
"Nostro figlio è stato rapito!", esclamò l'uomo.
"Nostro figlio è stato rapito!", esclamò la donna.
"Niente paura", disse Carlo Culatelli, "ci penso io!".
Il trio si avviò, a piedi, verso la residenza della coppia.
"Quanti anni ha vostro figlio?", domandò Carlo Culatelli.
"Neanche uno!", rispose l'uomo.
"Non è possibile!", esclamò Carlo Culatelli.
"E' possibilissimo", puntualizzò la donna. "Mio figlio è nato stamattina".
"Se la caverà benissimo", la rassicurò Carlo Culatelli. "Non è mica nato ieri".
"Le sembra il momento di scherzare?", reagì prontamente l'uomo.
"No", ammise Carlo Culatelli.
Nel frattempo il trio era giunto all'estrema periferia di Bologna. Dall'alto di un argine Carlo Culatelli poté contemplare lo slum dove la coppia viveva. Baracche di lamiere, vecchie roulottes, tende rattoppate. Eppure i due avevano l'aria pulita, dignitosa.
"Come mai vivete qui?", s'informò discretamente Carlo Culatelli.
"Siamo extracomunitari", rispose l'uomo, sommesso, a bassa voce, guardando in terra.
"Ebbene sì", aggiunse la donna. "Siamo svizzeri".
"Non ci posso credere!", esclamò Carlo Culatelli.
L'uomo lo afferrò per il bavero. "Lei ci deve credere!", gridò.
La donna afferrò l'uomo per il bavero. "Càlmati, Hans", disse. "Il dottore ti crede".
Scesero nello slum. Raggiunsero il tugurio dove la coppia abitava. Carlo Culatelli annusò l'aria. Profumo di agnolotti, di fettuccine, di crescentine, di pollo fritto.
"Ora raccontatemi tutto, per bene", disse serio serio Carlo Culatelli, appena furono seduti, su scomode casse, attorno al traballante tavolino.
I due raccontarono. Un po' parlava lui; un po' parlava lei; un po' parlavano tutt'e due insieme; un po' stavano zitti entrambi. L'uomo ogni tanto si infervorava. La donna ogni tanto piangeva.
La storia era semplice. Essendo giunto il tempo, la sera prima i due si erano recati in ospedale. Durante la notte la donna aveva partorito un bel maschietto di tre chili e quattro etti. Alle prime luci dell'alba i due, costernati, ne avevano dovuto constatare la scomparsa. Avevano chiesto in giro, di qua, di là, al personale, agli infermieri, ai medici. Nessuno aveva notato niente di strano. Nessuno aveva visto loschi figuri in giro.
"Avete già sporto denuncia?", domandò Carlo Culatelli.
"Denuncia...", sussurrò, ridacchiando tra le lacrime, la donna.
Carlo Culatelli attese una risposta chiara, perplesso.
"Vede, dottor Culatelli", cominciò l'uomo, "noi siamo svizzeri. Extracomunitari. Lei sa che cosa si dice degli extracomunitari, no?".
"Certo", rispose prontamente Carlo Culatelli. "Che vendete i bambini per campare. Non è forse così?".
"No!", gridò la donna, alzandosi in piedi, protendendo le braccia. "Non è così! Non l'abbiamo venduto! Ce l'hanno portato via!".
"Si calmi, signora", disse bonario Carlo Culatelli. "Era solo un ballon d'essai".
La donna ricadde sulla cassa che fungeva da sedia.
L'uomo riprese: "Per l'appunto, dottore, noi abbiamo pensato, che se ci fossimo rivolti alle autorità, lei sa com'è... A noi extracomunitari non ci crede mai nessuno... E poi non è che siamo tanto a posto con le carte... Siamo entrati in Italia sette mesi fa, con un visto turistico, confidando in una sanatoria... Io lavoro in un fast-food senegalese, in nero ovviamente" (Carlo Culatelli sorrise, apprezzando l'arguzia), "lei non ha trovato di meglio che pulire le scale nei condomini... Per noi la vita è dura, e avara di soddisfazioni...".
"Ho capito", troncò Carlo Culatelli. "A voi serve un'indagine condotta con discrezione".
"Sì", dissero i due, all'unisono.
"Bene", annunciò Carlo Culatelli. "Avete trovato l'uomo giusto".
"E chi è?", domandò, speranzosa, la donna.

***

La verità è che l'investigatore Carlo Culatelli risolse il caso in poche ore. Si recò all'ospedale, travestito da mendicante cieco per non dare nell'occhio. Stabilì la sua base nello stanzino delle scope del reparto di ostetricia. Attese la notte. Quando fu ben buio, scivolò negli uffici amministrativi. Aprì sportelli e cassetti. Scartabellò schedari. Violò password di computer. Non erano neanche le cinque del mattino, quando si ripresentò al tugurio della dolorante coppia.
"No grazie, non comperiamo niente", disse l'uomo appena lo vide.
"Ma sono io!", esclamò Carlo Culatelli gettando la maschera.
"Sia lodato il cielo!", disse la donna. "Ci sono novità?".
"Vostro figlio è in salvo", annunciò Carlo Culatelli.
"Evviva!", gridarono i due, all'unisono, accennando qualche passo di danza attorno al traballante tavolino.
Poi s'immobilizzarono, nuovamente preoccupati. "E dov'è?", domandarono, nuovamente all'unisono.
"E' sempre lì in clinica", svelò Carlo Culatelli. "Non si è mai mosso di lì", aggiunse con un sorriso compiaciuto.
"E come mai non lo si trovava, allora?", lo interrogò, vagamente insospettito, l'uomo.
"Non si trovava perché non si cercava bene", spiegò Carlo Culatelli scrollando le spalle.
"Ma come è stato possibile?", domandò la donna, ormai impaziente di rivedere la propria prole.
Carlo Culatelli svelò velocemente l'arcano. Benché i due genitori fossero lui svizzero tedesco e lei svizzera francese, per un rarissimo (ma contemplato dalla letteratura) rimescolamento di geni, comportante una gran lotta tra dominanti e recessivi, alla fin fine i recessivi erano risultati vincenti. Il bambino, in sostanza, era nato svizzero italiano. Per questo la madre, benché dotata di un cuore di vera madre, non ne aveva riconosciuto il vagito. Per questo il padre, benché dotato di un animo di vero padre, non l'aveva di primo acchito riconosciuto.
La coppia tirò un sospiro di sollievo.
"Grazie, dottore", disse l'uomo stringendogli la mano destra con entrambe le mani. "Non sappiamo come ringraziarla".
"A parte il mio onorario", disse Carlo Culatelli con entusiasmo.
"Per quello non si preoccupi", disse la donna. "Il bambino è come se fosse già venduto".
"La ben nota arguzia svizzero tedesca", disse ridendo Carlo Culatelli.
La donna lo afferrò per il bavero. "Lei mi deve credere!", gridò.
L'uomo afferrò la donna per il bavero. "Jeannette, forse è meglio se non ti crede", sussurrò.
Scambiati questi convenevoli, Carlo Culatelli rientrò stanco ma felice al suo ufficio, pronto a riprendere il filo di altre indagini.

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